sabato 3 novembre 2018

Alice aveva ragione




Come al solito, la vecchia serratura arrugginita della porta d’ingresso si inceppò e dovetti insistere per riuscire ad entrare.
Una volta all’interno del piccolo chalet mi guardai attorno e provai subito la solita, confortante sensazione: casa. Nonostante l’aria sapesse di chiuso e polvere, infatti, era indubbio che in quel luogo stessi bene, che fosse una specie di cura per la mia anima ferita.
E lo era anche in quel momento, anche se tutto, lì dentro, mi parlava di lei: il bancone dove facevamo colazione in silenzio, ancora mezzi assonnati. Il vecchio divano liso su cui, alla sera, ci mettevamo a leggere. Il soffice tappeto davanti al caminetto su cui facevamo l’amore nelle fredde serate invernali, che ora giaceva arrotolato per non prendere polvere.
Dio! Non avrei dovuto illudermi di rimanere lì, e pensai che una volta fatto quello che dovevo fare sarei andato via. Via in un luogo sconosciuto, circondato da persone estranee che non mi ricordassero i suoi splendidi occhi castani, lo sguardo malizioso, le labbra morbide e invitanti e la pelle di delicata porcellana.
Tirai un sospiro e feci un paio di passi avanti. Poggiai delicatamente il borsone a terra e tornai al suv a prendere gli scatoloni con le provviste. Mentre mettevo in ordine, accesi il piccolo stereo: non volevo stare in silenzio e speravo che un po’ di musica mi impedisse di pensare troppo, di ricordare. Ovviamente in mezzo alle montagne non arrivava nessun segnale così, tempo prima, ci eravamo portati dei cd e dei vecchi dischi, anche se il giradischi funzionava quando voleva.
Quel primo pomeriggio trascorse lento ma sereno. Mi persi spesso a osservare la natura al di là della finestra, con i suoi scoiattoli, i cerbiatti e le varie specie di uccelli. Anche lei lo faceva spesso.
Per cena mangiai carne in scatola e fagioli direttamente dalla lattina: non mi era mai piaciuto cucinare, tantomeno farlo solo per me.
La notte fu il momento più difficile. I pensieri si accavallavano l’uno sull’altro, i ricordi pure. La prima volta che ci eravamo visti, il primo sguardo, l’amicizia e poi, un po’ alla volta, l’amore.
Ricordai, con un groppo in gola, la prima volta che si fece avanti. Mesi dopo mi raccontò l’ansia di quel momento, quando leggeva e rileggeva il messaggio per farmi andare da lei e il panico, quando si rese conto di avermelo inoltrato per errore.
“Sono in ritardo, vieni tu.”
Un messaggio come tanti altri me ne aveva mandati in passato, che non avevano mai significato nient’altro che quello che c’era scritto. Dopotutto, eravamo amici da anni, ci vedevamo di continuo visto che abitavamo di fronte, e tra noi non era mai successo nulla. Quel giorno, invece…
Quel giorno, arrivato a casa sua, come al solito entrai senza suonare il campanello, e capii subito che c’era qualcosa di diverso. I suoi genitori non c’erano e una musica leggera arrivava dal piano di sopra.
Salii le scale con passo leggero. Non so perché non l’avvisai della mia presenza, ma quando arrivai davanti alla porta socchiusa della sua stanza, mi accorsi che sapeva che ero lì.

Lo capii da una leggera esitazione che aveva avuto non appena avevo posato lo sguardo su di lei: non so come, ma percepiva la mia presenza. Indossava solo un perizoma bianco e si massaggiava la crema sul corpo con movimenti lenti e sensuali.

Voleva essere guardata e voleva che fossi io a guardarla.

E io, ovviamente, non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Era bellissima e perfetta, eccitante. Ero duro come il marmo e avrei solo voluto affondare in lei, farla mia.
Cosa si aspettava che facessi? Voleva solo essere guardata? Voleva che entrassi?
In passato, più volte l’avevo sorpresa a guardami, vedevo il desiderio nei suoi occhi, le guance arrossate e le labbra socchiuse, come in attesa.
In quel momento si accarezzò i seni e il mio cuore si fermò, gemetti come un pivello e la vidi sorridere.
Cazzo! Perché era tutto così difficile tra di noi? Perché la desideravo così tanto? Perché lei mi desiderava così tanto?
Mi schiarii la voce e spinsi piano la porta, «Bella…».
Lentamente si girò verso di me e avvampò, coprendosi timidamente il seno con un braccio, senza fretta, e una morsa mi strinse la gola impedendomi di respirare.
Era bellissima.
Mi fissò per qualche istante negli occhi, poi il suo sguardo scivolò lungo il mio corpo fermandosi appena al di sotto della cintura. Un sorriso le incurvò le labbra, facendo sorridere anche me. Mi avvicinai scuotendo la testa, le mani in tasca e un’erezione pazzesca che spingeva per essere liberata.
Decisi di fingere di non aver assistito a tutta la scena.
«Scusa, avrei dovuto bussare». La mia voce era rimasta impigliata da qualche parte in gola, quello che mi uscì dalle labbra fu poco più di un sussurro strozzato.
«Non ti preoccupare, io non busso mai quando entro in camera tua». Anche la sua voce era flebile e impacciata mentre si avvicinava con le braccia, ora, lungo i fianchi. Mi obbligai a guardarla negli occhi, anche se il suo corpo era un richiamo irresistibile. Fece scorrere un dito sul mio torace, poi lo infilò tra i bottoni della camicia sfiorandomi il petto, e il mio uccello guizzò dolorosamente soffocato dai jeans.
Istintivamente feci per tirare fuori le mani dalle tasche e accarezzarla, ma riuscii a impedirmelo: se l’avessi toccata avrei superato il punto di non ritorno e sapevo che non saremmo riusciti a fermarci. Non avremmo voluto farlo.

I suoi genitori sarebbero rientrati solo a notte fonda, nulla mi avrebbe impedito di farla finalmente mia, ma non era giusto. Non potevo rischiare di mandare a puttane la nostra meravigliosa amicizia. Non potevo, cazzo!
Chiusi gli occhi trattenendo il respiro mentre posava la mano aperta sul mio petto, all’altezza del cuore. Avvicinò il corpo al mio, sentii il suo seno premere contro il torace. Dove la trovava tutta questa audacia? Non era da lei.
Come non era da me starmene lì impalato davanti a una ragazza nuda. Ma Bella non era una qualsiasi, lei era tutto. TUTTO. Se per una mia mossa sbagliata l’avessi persa, non so come avrei fatto.
D’un tratto, un leggero sentore di vaniglia mi solleticò le narici.
Cazzo! Adoravo il profumo delicato che quella crema le lasciava addosso. E lei lo sapeva, perché spesso le annusavo il collo dicendole che era dolce come una meringa.
Il suo aroma mi avvolse mentre posava le labbra sulle mie. Le mosse appena, con timidezza, come se avesse paura di essere respinta. Lunghe dita mi si infilarono tra i capelli, sulla nuca, mandandomi una scossa lungo la spina dorsale.
Risposi al bacio con lentezza, aggrappandomi con forza a ogni briciolo del mio autocontrollo. Se avessi seguito il cuore e il desiderio, non avrei avuto scampo. Il suo sapore era squisito, inebriante, una vera droga.
Dovevo staccarmi subito da lei.
«Edward».
Il mio nome sulle sue labbra era la cosa più bella che avessi mai sentito. Suonò come una preghiera, come una supplica, e io cedetti. Sfilai le mani dalle tasche stringendole il viso e prendendo possesso della sua bocca. La mia lingua dominò la sua con foga mentre mi spingevo contro di lei, che gemette quando sentì la mia eccitazione sulla coscia. Indietreggiando verso il letto mi sbottonò la camicia con dita impacciate e quando, finalmente, finì, me la abbassò dalle spalle per poi accarezzarmi avidamente.
Quando toccò il letto con le gambe, mi mise un braccio attorno al collo e mi tirò giù, sopra di lei, e atterrai con le mani ai lati della sua testa per non caderle addosso con tutto il peso.
Mi era impossibile staccarmi e non smettevo un attimo di baciarla. Le sue cosce mi stringevano i fianchi mentre spingevo il mio sesso contro il suo. Nonostante il tessuto dei pantaloni, avvertivo chiaramente il suo calore ed ero sull’orlo dell’orgasmo, proprio come un ragazzino inesperto. Sentivo il suo piacere aumentare dall’intensità con cui mi stringeva tra le cosce e, quando l’orgasmo esplose, affondò il viso nell’incavo del mio collo stringendomi tra le braccia. Gemette piano, con un urlo liberatorio alla fine.
Fu meraviglioso.
Mi abbassai a baciarle il seno assaporandone la pienezza, il sapore della pelle, la morbidezza.
Con nessuna avevo mai provato nulla di simile, Bella mi faceva provare delle sensazioni che andavano oltre tutto il resto.
«Edward», gemette mentre le succhiavo avidamente un capezzolo.
Mi chiamò ancora, questa volta con voce più decisa. A malincuore mi staccai da lei e, sollevandomi, la guardai. I suoi occhi brillavano intensamente mentre faceva scorrere le mani lungo il mio torace, fermandosi alla cintura.
«Ti voglio».
«Anche io. Da morire». La mia risposta fu troppo immediata: avrei dovuto riflettere e non essere così sincero. Prese a slacciarmi la cintura, accarezzandomi da sopra il tessuto. Non respiravo neppure, tanto era il desiderio di lei, di continuare, di affondare in lei e farla finalmente mia.
Ma non potevo.
Tentai di parlare, ma non mi ricordavo come si faceva perché mi stava calando i pantaloni. Dalla bocca mi uscì un suono strozzato mentre mi abbassava i boxer prendendomelo in mano.
«Oddio!» Parlammo all’unisono e questo ci fece sorridere, poi cercai di respirare a fondo per riprendere almeno un briciolo di lucidità.
«Non possiamo Bella».
«Sì che possiamo. I miei torneranno tardi e...».
«Non posso».
«Edward, ti voglio e tu vuoi me. Dov’è il problema?».
Vidi chiaramente la sua sicurezza vacillare, si sentiva rifiutata. Io la stavo facendo sentire così e non potevo sopportarlo, ma non potevo fare altrimenti. Non ero degno di lei. Di ricevere una cosa così bella e importante come la sua prima volta.
«Bella, siamo amici. Non posso...».
«È tutto qui il problema? Che siamo amici?». 
«Non voglio rovinare quello che c’è tra noi! Perché non lo capisci?».
«Chi l’ha detto che succederebbe? Stiamo così bene insieme… Ammetti che è perché non vuoi legarti a nessuna e vuoi continuare a scopare con altre!».
Mi chinai a raccogliere da terra la camicia e la infilai. «Non me ne frega un cazzo delle altre, me le scopo e basta. Ma tu sei tu! Devi farlo con qualcuno innamorato di te!» urlai.
Bella impallidì e mi guardò come se l’avessi schiaffeggiata.
Mi accorsi un istante troppo tardi che avevo espresso quel concetto con le peggiori parole che potessi trovare. Che idiota!
«Pensavo di averlo trovato», sussurrò, così piano che non sapevo se me lo fossi inventato, con gli occhi pieni di lacrime e lo sguardo fisso nel mio.
Mi sentii morire e non riuscii a immaginare il dolore che le avevo causato con le mie stupide parole.
Prese il lenzuolo e se lo tirò fin sul collo, «Vattene».
«Bella, non intendevo...».
«Edward, ti prego vattene».
Rimasi a guardarla per qualche secondo finché, stanca, afferrò dal comodino il flacone della crema ancora aperto e me lo scagliò contro. Mi abbassai un istante prima di essere colpito al volto e mi accorsi che stava prendendo il telecomando del televisore e una bottiglietta d’acqua. Istintivamente corsi fuori mentre tutto il contenuto del suo comodino si scagliava contro la parete del corridoio. Mi sedetti sul pavimento, la schiena appoggiata al muro, ad ascoltarla piangere.
Ero stato uno stronzo. Perché le avevo detto quelle cose?
Cazzo! Lo sapevo che non dovevo entrare!
Dopo alcuni minuti si calmò. Misi dentro la testa e la vidi coperta dal lenzuolo, il comodino senza altre evidenti munizioni. Camminai lentamente fino a trovarmi dietro di lei e vidi che aveva tra le mani il cofanetto di GoT che le avevo regalato per Natale. Cazzo. Se mi avesse colpito con quello, mi avrebbe fatto davvero un male cane. Decisi di rischiare e sfilai le scarpe, poi mi accoccolai dietro di lei, abbracciandola.
Si voltò come se non stesse aspettando altro. «Credevo te ne fossi andato».
Non mi ero ancora abbottonato la camicia e lei infilò le mani sotto, appoggiando il viso sul mio collo.
«Non avrei mai potuto. A costo di prendermi le prime sei stagioni in piena faccia».
Mollò la presa sul cofanetto, ridendo, come se non si fosse accorta che lo stava stringendo ancora.
«Mi sono espresso di merda, Bella, scusa. Intendevo dire che, almeno per la tua prima volta, dovresti fare l’amore con qualcuno che ami davvero, e che ti ami più della sua stessa vita. Non sono all’altezza di una come te. Io mi scopo chiunque, lo sai».
«Chiunque, tranne me» ridacchiò, nervosa.
«Se non fosse così, vorrebbe dire che ti metto sullo stesso piano delle altre, che ti tratto come loro. E questo non succederà mai».
«Potresti…».
“Potrei smettere di scoparmi le altre.” Pensai, come se fosse la cosa più ovvia e naturale del mondo. Ma questo avrebbe significato ammettere che tra noi ci fosse qualcosa di più di una forte amicizia. Avrebbe voluto dire mettermi con lei, provare ad essere una coppia. E se fosse andata male? Se non fossimo destinati a essere una coppia, ma solo amici? Come potevo rischiare di rovinare la nostra meravigliosa amicizia? Come potevo rischiare di perderla? Di perdere tutto?
Attesi alcuni secondi, ma lei non continuò.
«Cosa, Bella? Cosa potrei fare?».
«Niente, lascia stare».
«Per te farei tutto, lo sai».
«Lo so, ma non potrei mai chiederti una cosa simile».
Rimanemmo in silenzio alcuni istanti, poi alzò il viso verso il mio. Ci guardammo negli occhi alcuni secondi, poi, senza pensare e seguendo solo il cuore, la baciai.
Non so per quanto tempo ci baciammo: minuti o ore, non importa. Quello che importava eravamo noi. Mi sfilò nuovamente la camicia e le sue mani vagarono sul mio corpo almeno quanto le mie sul suo.
Lo sbattere di una porta ci fece sussultare e staccare di colpo. Quando sentimmo i suoi genitori litigare e urlare, capii che sarebbe stato un vero casino se mi avessero trovato in camera di Bella a quell’ora di notte. Scesi dal letto, infilai in fretta le scarpe e la camicia e, dopo un ultimo, veloce bacio a Bella, aprii la finestra e uscii sulla piccola tettoia decorativa che girava attorno alla casa.
«Edward! Sei pazzo?» sussurrò affacciandosi alla finestra.
Le luci del piano terra si spensero. «Rientra! Stanno salendo!».
Per fortuna mi ascoltò. Mi misi sul bordo e spiccai il salto. Atterrai sul giardino con le ginocchia lievemente piegate per attutire il colpo e rotolai subito in avanti per smorzare l’impatto e non fratturarmi qualcosa.
Rimasi sveglio tutta la notte a pensare a lei, chiedendomi se fosse il caso di darci una possibilità. Me lo sentivo che eravamo fatti l’uno per l’altra, ma la paura di perderla era davvero troppa.
Il giorno dopo, quando ci trovammo l’uno di fronte all’altra, non pensai a nulla: mi lasciai solo guidare dal cuore, le corsi incontro e la baciai. Da allora diventammo una coppia a tutti gli effetti, io ero stato il suo primo bacio e la sua prima volta, ed entrambi eravamo stati il primo vero amore dell’altro.

Fino a quando…
Sbattei più volte le palpebre per ricacciare indietro le lacrime e mi preparai a trascorrere l’ennesima notte in bianco.

***

La mattina seguente mi guardai allo specchio e vidi le profonde occhiaie che cerchiavano i miei occhi stanchi e infossati. Il pallore della mia pelle era quasi fastidioso, e le prime rughe che mi segnavano il volto mi facevano sentire vecchio e stanco.
Mi sforzai di fare colazione obbligandomi a trangugiare una tazza di caffè e qualche biscotto. Se lei fosse stata lì con me, me l’avrebbe fatto fare.
Sospirai, indossai abiti caldi adatti al clima rigido e feci un profondo sospiro, quindi mi avvicinai allo zaino trascinando i piedi, improvvisamente pesanti.
Era arrivato il momento.
Lo aprii, estrassi l’urna e la tenni con mani tremanti. Il mio cuore era attanagliato da emozioni così contrastanti che mi sembrava impossibile riuscire a provarle realmente. Da un lato nutrivo ancora amore per colei che mi era sempre rimasta accanto, in ogni momento turbolento della mia vita. Dall’altro sentivo un forte risentimento, perché se n’era andata presto, troppo presto, lasciandomi ad affrontare tutto il mio dolore da solo.
Era davvero difficile fare quello per cui ero venuto fin lassù, ma toccava a me, solo a me. Se almeno avessi avuto la mia Bella vicino…
Infilai l’urna sotto al giubbotto in un estremo, ultimo gesto d’affetto per proteggere una delle persone più care che avessi avuto al mondo dal gelido vento invernale, e uscii.
Attraversai il piccolo spiazzo sul davanti, dove avevo parcheggiato il mio fuoristrada, e mi inerpicai sul piccolo sentiero che portava al lago, quel lago che tanto amavo.
Mentre mettevo faticosamente un piede davanti all’altro, per combattere contro il vento freddo che mi spingeva indietro, ricordai sprazzi di momenti trascorsi in quei boschi, in quel lago. Da bambino, con la mia famiglia, quando mio padre Carlisle insegnò a me e mia sorella Alice a nuotare. Quando mia madre Esme preparava due cestini pieni di cibo per andare a fare un pic-nic sulla riva tutti assieme. Le mille volte in cui, per scherzare, avevo buttato Alice nel lago, facendola infuriare. O quando, per le prime volte, io e Bella venivamo quassù da soli, e facevamo l’amore ovunque, anche sul morbido tappeto delle foglie autunnali appena cadute, o sulla riva al lago, col terrore di essere scoperti ma incapaci di resistere al nostro desiderio. 
Un grido mi strappò bruscamente dai miei ricordi, dai miei momenti felici.
Rimasi in attesa, per capire se fosse solo il frutto della mia immaginazione, ma lo sentii ancora. Questa volta, sentii chiaramente chiamare il mio nome.
Ma era impossibile. Soprattutto, non era possibile che fosse quella persona, a chiamarmi.
Mi tirai fuori l’urna dal giubbotto e l’appoggiai a terra, accanto a me, poi mi girai verso il punto da cui sembrava arrivassero le grida, e attesi ancora.
E finalmente… Eccola!
Non è possibile, pensai.
«Edward!» esclamò Bella, uscendo dal fitto del bosco quasi di corsa. I capelli, lasciati sciolti, vorticavano attorno al suo viso a causa del forte vento, e lei continuava a spostarseli con le dita.
Si guardò attorno confusa e, quando mi vide, mi corse incontro lanciandosi tra le mie braccia. Rimasi lì impalato, confuso, incapace di rendermi conto che fosse davvero lì.
«Perché non mi hai chiamata? Perché?» singhiozzava contro il mio petto, tenendomi stretto e io ero lì, immobile, che cercavo di convincermi che era reale, e che potevo stringerla tra le braccia.
«Perché?» chiese ancora, mentre finalmente affondavo il viso tra i suoi capelli, perdendomi nel suo profumo delicato, così familiare.
«Perché te n’eri andata, mi hai lasciato…» le sussurrai, incapace di trattenere le lacrime.
«Ti avevo detto che per te ci sarei sempre stata!» urlò, battendomi il pugno rabbioso sul petto.
«Mi hai lasciato, sei andata a Los Angeles, non posso più contare su di te. Non posso continuare ad aspettarti e farmi del male…».
«Ma io speravo che mi capissi, che mi raggiungessi» singhiozzò ancora.
L’allontanai un po’ da me, per poterla guardare negli occhi ancora una volta.
«Me ne sono fatto una ragione, ma non posso capirti, questo no. Mi hai lasciato per dare più spazio alla tua carriera, al tuo futuro… Non avrei potuto seguirti. Avevo la mia vita qui, avevo Alice…» singhiozzai.
Bella mi accarezzò dolcemente una guancia, e io mi abbandonai al suo tocco.
«Come l’hai saputo?» le chiesi.
«Charlie. Pensava che dovessi saperlo. Sapeva quanto eravamo legate».
Annuii. «Non l’avevi più chiamata» sussurrai, aprendo gli occhi e concedendomi, per la prima volta dopo mesi, di perdermi nuovamente nei suoi.
Lei scosse la testa, le lacrime ripresero nuovamente a rigarle le guance.
«Ogni volta che ci sentivamo, mi ripeteva che aveva delle visioni in cui ci rivedeva insieme qui, in riva a questo lago. Non le credevo, pensavo che lo facesse solo per farmi ritornare». Singhiozzò nuovamente, più forte questa volta. Cercava di trattenere dei versi strozzati con l’unico risultato di scoppiare a piangere più forte, e non potei far altro che accoglierla nuovamente tra le braccia.
«Come sapevi di trovarmi qui?» le chiesi.
Si accoccolò meglio contro il mio petto, «Charlie mi ha detto che dopo il funerale te ne sei andato subito e ricordo quando, dopo la morte vostri genitori, lei avesse espresso il desiderio che le sue ceneri venissero sparse qui, dove eravate sempre stati felici. Così sono venuta di corsa. Quando sono arrivata non ti ho trovato in casa e allora…» Si staccò e mi guardò ancora negli occhi, «Non devi farlo da solo. Se ne hai piacere starò qui con te. Ma se la mia presenza è inopportuna, dimmelo senza farti problemi».
La guardai e annuii, lasciandomi sfuggire un piccolo sorriso. Bella era qui, con me. Anche se solo per aiutarmi in questa dolorosa incombenza, ma era qui.
Non ero più solo.
Allungai la mano verso di lei, e strinsi la sua. Mi chinai a raccogliere l’urna con le ceneri della mia piccola Alice, e mi incamminai verso il pontile da cui ci tuffavamo sempre da bambini. Una volta arrivati in fondo tolsi il coperchio e l’appoggiai a terra, poi afferrai il vaso con entrambe le mani. Ricominciai a piangere, e Bella mise le mani sopra le mie, annuendo mentre mi fissava negli occhi.
Non sei solo, diceva il suo sguardo.
Lo so, speravo di trasmetterle col mio.
Lo facemmo insieme, e guardammo il vento disperdere ciò che restava della mia sorellina.
Quando non ci fu più nulla da guardare, Bella mi prese le mani tra le sue.
«Sai, Alice aveva ragione» sussurrò.
«Lei aveva sempre ragione» le dissi con un moto d’orgoglio.
Bella continuava a guardarmi, e io non resistetti alla tentazione di chiederle a cosa si riferisse.
Si morse per un momento il labbro inferiore e riempì i polmoni di aria gelida.
«Siamo qui insieme. Lei ci aveva visti».
«Già…» le risposi, «anche se probabilmente intendeva altro…» risposi con una tristezza infinita nel cuore.
«Lo so, è per quello che ho detto che aveva ragione» mormorò.
Io mi limitai a guardarla, troppa era la paura di fraintendere.
«Sono tornata per rimanere, Edward».
Spalancai gli occhi, incredulo.
«Per tutto il tempo che sono stata via, non ho fatto altro che pensare a te. Non mi importa del mio futuro o della carriera se tu non sei con me. Credevo di sì, credevo che tu avresti lasciato tutto per venire con me, ma non era giusto chiedertelo». Le lacrime continuavano a sgorgarle dagli occhi, mi stava parlando col cuore in mano.
Nonostante avessi provato in tutti i modi a odiarla per il male che mi aveva fatto, in quel momento sentii di amarla come mai l’avevo amata prima. Stava rinunciando al futuro che aveva sempre desiderato per passare la sua vita con me. Quello che provava la costringeva ad accontentarsi di un futuro meno brillante, ma era disposta a rinunciarvi, per me.
Ma io non potevo permetterlo. L’amavo così tanto che, come non le avevo chiesto di rinunciarvi prima, non potevo consentirglielo ora. Ora che nulla mi costringeva a rimanere qui, ora che in questa città non avevo più nessun legame, nessun affetto. Lei era il mio tutto, e l’avrei seguita in capo al mondo.
La presi tra le braccia e la baciai. Prima lentamente, quasi chiedendole il permesso, poi abbandonando la dolcezza e facendomi trasportare dalla passione e dall’amore che provavo per lei.
«Verrò a Los Angeles, Bella. Ho rinunciato a te già una volta perché non me la sentivo di lasciare sola Alice. Ora lei non c’è più, non ha più bisogno di me, e tu ti meriti un futuro migliore. Noi ce lo meritiamo. Ti amo».
Le splendevano gli occhi e sussurrò «Ti amo» prima di baciarmi ancora.
Tornammo allo chalet mano nella mano, e ci dimostrammo il nostro amore più e più volte, recuperando il tempo perduto, consapevoli che la nostra nuova vita insieme era appena iniziata.


The End.

7 commenti:

  1. Bellissima!! Mi hai fregata! Avevo le lacrime agli occhi per la morte di Bella e per la solitudine di Edward... e mi hai fregata con la comparsa di una Bella viva e vegeta. Ovviamente le lacrime ci sono state nuovamente appena ho capito che le ceneri erano di Alice... ma anche un sorriso è spuntato appena ho letto il lieto fine e come dico sempre anche io: Alice ha sempre ragione!! Bravissima!!!

    RispondiElimina
  2. Che bella! Romantica, triste, vera. Magnificamente descritta nella parte in cui i due amici trovano il coraggio di fare "il salto" e mettersi in gioco, riconoscendo i propri sentimenti. Realistica nel mostrare come la vita reale possa mettere in discussione anche i grandi amori... ma a volte, per fortuna, il destino rimette le cose a posto. Bravissima.

    RispondiElimina
  3. Delicata e piena d'amore. Amore per l'amica prima e per la compagna poi, e amore infinito per la sorella, alla quale si è dedicato fino alla fine sacrificando il suo amore per Bella. Questo Edward è anche fin troppo buono direi.
    Ben scritta e piacevole da leggere, a pare mio è quella più ricca d'amore rispetto alle altre. Bravissima.

    RispondiElimina
  4. E vaiiii! Morti anche qua, speravo di scamparla visto che era il contest dell'ammore, ma vabbè.
    Mi è piaciuto il colpo di scena finale e l'ho trovata scritta bene.
    Brava e grazie di averla condivisa con noi

    RispondiElimina
  5. Molto tenera, ben fatta e dolcissima. Quando ho letto dell'urna ho pensato "eccaallaà"Bella è crepè! E invece no! Abbrava!
    Amore e morte, c'è niente di più sconvolgente di questo? Brava.
    -Sparv-

    RispondiElimina
  6. Storia davvero bella e coinvolgente. Brava.

    Rosa

    RispondiElimina